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Progetto
Ovidio - database
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autore
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brano
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Cicerone
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De Natura Deorum, II, 14
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originale
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[14] tertiam quae terreret animos fulminibus, tempestatibusn, nimbis, nivibus, grandinibus, vastitate, pestilentia, terrae motibus et saepe fremitibus lapideisque imbribus et guttis imbrium quasi cruentis, tum labibus aut repentinis terrarum hiatibus, tum praeter naturam hominum pecudumque portentis, tum facibus visis caelestibus, tum stellis -- is quas Graeci komhtaV, nostri cincinnatas vocant, quae nuper bello Octaviano magnarum fuerunt calamitatum praenuntiae --, tum sole geminato, quod, ut e patre audivi, Tuditano et Aquilio consulibus evenerat, quo quidem anno P. Africanus, sol alter, extinctus est, quibus exterriti homines vim quandam esse caelestem et diviam suspicati sunt;
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traduzione
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14. La terza sarebbe determinata dal terrore che incutono nell'animo umano i fulmini, le tempeste, le bufere, la
neve, la grandine, le devastazioni, la peste, i terremoti e, non di rado, i boati, la caduta di pietre, le piogge di color
rossiccio simili a sangue e, occasionalmente, i franamenti, l'improvviso aprirsi di voragini nel terreno, la nascita di mostri umani e animaleschi in contrasto con l'ordine naturale, l'apparizione nel cielo di fuochi e di quelle stelle che i
Greci dicono chiomate e noi caudate e che tante sventure preconizzarono nella recente guerra di Ottavio e, ancora, la
comparsa di due soli, un fenomeno che, come udii da mio padre, avvenne sotto il consolato di Tuditano ed Aquilio,
l'anno in cui mor? Publio Africano, il secondo sole di Roma, onde gli uomini atterriti avvertirono la presenza di una
forza divina operante nel cielo.
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